BioDiscografia curata da Antonio Anatas.


VISION DIVINE


Fra le innumerevoli band italiane che affollano (e, spesso, sovraffollano) la scena metal, meritano un indubbio riconoscimento i Vision Divine, band nata dalla mente di Olaf Thorsen (vero nome: Carlo Andrea Magnani), ex chitarrista nonché ex-patron dei Labyrinth, band toscana anch’essa dedita a sonorità power-prog metal.

La band esordisce nel 1999 inizialmente come progetto parallelo di Thorsen ai suoi Labyrinth. In formazione, oltre ad Olaf Thorsen, impegnato nel suo ruolo da chitarrista e principale compositore delle musiche della band, troviamo schierato Fabio Lione, singer dei Rhapsody, nonché, primissimo singer dei Labyrinth ai tempi della registrazione del loro primo disco ufficiale “No Limits”.

Il primo album della band si intitola “Vision Divine” e, a mio avviso, non contiene nulla per risultare originale e, comunque, diverso da ciò che i Labyrinth avevano già proposto.

L’album in questione contiene una manciata di songs lodevoli, carine, ben suonate e ben interpretate dai suoi membri. Ma, sfortunatamente, si tratta pur sempre del solito disco di power metal.

Ma, anche se “niente di nuovo sotto il sole”, il disco riesce a vendere bene, tale da non far desistere la band che, poco più in là, pubblicherà il suo secondo album “Send Me An Angel”.

La formazione dei Vision Divne è, altresì, una formazione, inizialmente, a “porte girevoli”. Essendo, appunto, valvola prettamente di sfogo di Olaf, la band ha visto alternarsi tra le sue fila numerosi personaggi, tra i quali Cristiano Bertocchi (1995 – 2005, Bassista dei Labyrinth; 2005 bassista in pianta stabile dei Vision Divine), Fabio Lione (che dopo “Send Me An Angel” preferirà concentrarsi esclusivamente coi suoi Rhapsody), ben 3 batteristi (Riccardo Quagliato, Matteo Amoroso e Andrea De Paoli) e due tastieristi (Oleg Smirnoff e Mattia Stancioiu).

“Vision Divine” vede la luce nel 1999 mentre “Send Me An Angel” lo seguirà nel 2002. L’album è già molto più maturo del suo predecessore ma, ancora una volta, i limiti e le deficienze sono assai evidenti e marcate. Tuttavia, come sempre, forse perché l’Italia è, dentro di se, amante del power metal, l’album bissa le classifiche del settore e i Vision Divine si sentono in dovere di continuare.

VISION DIVINE (1999) Debut album per la formazione di Olaf Thorsen, band side project dei Labyrinth. Band che vede schierata, tra le sue file, il duo Lione/Thorsen separatosi dall'album di debutto dei Labyrinth "No Limits". Mi ricordo che, quando questo disco uscì, tutti ne rimasero entusiasti. Lione era, e rimane, un mostro di vocalist, così come Olaf Thorsen, maestro con le sua chitarra. Il tastierista, dal suo canto, sa far bene il suo lavoro. Idem dicasi per il bassista. L'album è anche ottimamente prodotto, gode di un ottimo sound e, insomma, tutte le premesse lasciano pensare che una bella promozione a voti pieni non gliela si debba negare. Invece, io, gran pomo della discordia, lo farò. Per diversi motivi. In primis il disco è il solito polpettone di power me(rd)tal oramai trito e ritrito da altre band power, nonchè dagli stessi Labyrinth. Io per primo non mi spiego la ragione per cui si debba dar vita ad un side project per riproporre ciò che già fatto con un'altra band, cambiando solo il cantante che, pur restando un mostro, a me pare proprio inadatto e fuori luogo al sound generale della Visione Divina (così com'era accaduto col debut album dei Labyrinth, oltretutto). Passando ad una rassegna veloce delle songs del disco, beh, che dire. queste sono power tout court con alcuni inserti progressive (che si mettono in risalto nella strumentale "Forgotten worlds", ben fatta con ottimi cambi di tempo e tutti i condimenti necessari per una grande power-prog song)). Per il resto, le altre canzoni, non sono nulla di che. L'album, nel suo intero, già mi risulta difficile e poco assimilabile ad un primo ascolto (causandomi un rigonfiore non indifferente alle palle), figuriamoci ai seguenti. Mi spiace spezzare le gambe ad una band italiana, specie quando, dietro, trovi certi nomi che ti farebbero immaginare ad un super gruppo che sperimenta super sonorità e, invece, non si da una mossa per proporre qualcosa di alternativo all'infuori dei classici riff power metal, i soliti barocchismi e neoclassicismi nei guitar-solo. Insomma: nada de nada. Qualche song brilla poco più delle altre, ma non basta per salvare un album che sprofonda nella mediocrità. Mediocrità che viene bissata grazie alla orrida cover degli Europe "The final Countdown", una delle più belle canzoni della storia dell'hard rock, forse l'anthem song per eccellenza, che qui viene completamente deturpata e violentata, cantata malissimo e suonata peggio, resa moscia e.... insomma: una CIOFECA! Stendiamo su un velo pietoso. L' album, insomma, come avrete potuto capire, mi ha deluso terribilmente (e pensare che la copertina è una tra le più belle mai viste!). Spero che in futuro i Vision Divine possano riscattarsi, tirar fuori gli artigli, maturare un loro sound e crescere definitivamente, distinguendosi dal panorama merdoso che affolla il power, specie quello nostrano. Rimandati con disonore.
VOTO: 5.0

SEND ME AN ANGEL (2002) Seconda fatica per la band di Olaf Thorsen, band capitanata dal duo Lione/Thorse, band side project dei Labyrinth. inizierò dicendo che, l'album in questione, non è un concept, pur rimanendo le liriche incentrate sulla lotta tra il bene ed il male. Fatta questa premessa, non doverosa, passiamo alla recensione vera e propria. Partiamo dalla produzione: ottima. Questa, invero, mette bene in risalto le chitarre (le vere protagoniste) donando un suono più heavy e roccioso del precedente lavoro, pur rimanendo negli ambiti classicamente power. Si parte con un intro futuristico che fa immediatamente spazio alle prime due killer songs: la title trak nella quale Lione alterna vocal in simil-growl a cantato pulito e la successiva "Pain" altro gran pezzo molto heavy. Il power, invece, torna a farsi sentire in canzoni come "Away From You" e la stessa "Pain". Altro brano degno di nota è la power-progressive "The call" mentre non manca di stupire "Black & White" alternando parti melodiche a parti pulite. C'è pure spazio per una strumentale, molto Labyrinth-style, ossia "Nemesis" che, però, pur godendo di uno stupendo breack centrale, nonchè, di un'ottima parte finale, mi schifa nel riff iniziale identico a quello di "Master Of Puppets" dei Metallica. Questa caduta di stile costerà cara alla Visione Divna.. Chiude in bellezza una cover davvero strana e divertente degli A-Ha, ovvero la strasputtanata "Take On Me" rivista in chiave metallara. In conclusione, "Send Me an Angel" pur essendo un ottimo lavoro di power metal e, purtroppo, il solito lavoro di power metal che molto deve ai Labyrinth, mostrando scarsa originalità, mostruose doti tecniche strumentali (specie la chitarra di Olaf, sempre sopra le righe) e canore (Lione è davvero ispirato). Però, scusate se mi ripeto, rimane il solito lavoro di power - progressive metal all'italiana che nulla aggiunge al calderone del power. Il progressive, per giunta, si sente a sprazzi e solo in alcuni episodi. Quindi, a dominare, è il power metal che, a me, ha leggermente rotto i maroni. Il primo ascolto risulterà piacevole a molti di voi, specie ai maniaci del genere ma, un secondo ascolto è davvero indigesto. Nessuna stroncatura, comunque.
VOTO: 6.0

Nel 2004 accade, però ,l’imprevisto. Olaf Torse, per divergenze musicali, perché, forse, non piùl libero di potersi esprimere al meglio in quella che era stata la sua band madre, i Labyrinth, e, lui stesso, padre fondatore della stessa, prende una decisione drastica: abbandonare i Labyrinth per dedicarsi, definitivamente, a quello che era stato, inizialmente, un side-project, ossia, la sua Visione Divina.

L’Italia fu travolta in pieno da questa notizia a mo di tsunami che, improvvisamente, si abbattè senza preavviso alcuno sul mondo della musica tutta. Inoltre, altra cosa non indifferente, fu il divorzio di un sodalizio che era parso quasi duraturo ad vitam, ovvero, l’abbandono, in veste di singer, di Fabio Lione.

Per quanto mi riguarda, le cose, non potevano andar meglio di così, per due serie di ragioni.
In primis, i Labyrinth, adesso, avevano piena libertà artistico-musicale e, quindi, non erano più soggetti ad una egemonia e ad una pseudo-dittatura (nel senso più buono e mite del termine) di Olaf che, ora, poteva concentrarsi appieno in quello che era la sua “vera” vocazione artistica.
In secundis, per i Vision Dvine, visto che, pur amando Fabio Lione e pur riconoscendolo quale ugola maestra in ambito power-symphonic non posso non essere che amareggiato nel constatare che, la sua voce, era totalmente inadatta ed inespressiva allo stile musicale dei Vision Divine.

Quindi: ognuno per la sua strada, che è meglio (puffo Quattrocchi docet. Sapete, quel puffo è un grande..). Ora, non rimaneva che cercare un nuovo vocalist. Ecco aperte le audizioni ed ecco scelto il nuovo singer, un tal misconosciuto ai più, Michele Luppi (ex corista di Umberto Tozzi).

La band, oramai pronta, pubblica il suo nuovo disco. Siamo nel 2004 e “Stream of Consciousness” nasce. La reazione del pubblico e della critica è, a dir poco, fenomenale! Si, perché, per la prima volta, i Vision Divine, sembrano davvero essere riusciti ad imbroccare la loro reale vena artistica e musicale.

L’album è un concept incentrato sul senso della vita, sulle domande che noi tutti ci poniamo, sul perché della nostra esistenza. Ed è un monumento della musica power-progressive metal. Oramai distante il power metal degli esordi, i Vision Divine si concentreranno su questo nuovo indirizzo musicale. E, secondo me, faranno bene così! L’album è mostruosamente bello, ben prodotto, ben suonato, ben interpretato ed egregiamente cantato da una new entry, Michele Luppi, spettacolare! Altro che Umberto Tozzi…. (Ciao Umberto!).

STREAM OF CONSCIOUSNESS (2004) 2004. Di cose strane ne accadono. E, la prima di queste, è stato l'abbandono di Olaf Thorsem dai Labyrinth, band ce lui stesso aveva creato, lasciando di stucco tutta la stampa nazionale. La seconda cosa strana è stata l'interruzione del sodalizio Lione/Thorsen all'interno dei Visio divine, con la sostituzione di Fabio Lione al microfono con la new entry Michele Luppi. Ed eccoci a parlare dell'album. Accolto, come sempre, con grande entusiasmo dal mondo metallaro italiano. Avendo preso ben due fregature con i dischi precedenti, io ci sono andato moooooolto più cauto 'sta volta. In primis perchè non conoscevo Michele Luppi. In secundis perchè, sfortunatamente, conoscevo troppo bene la Visione Divina e il suo stile musicale che mi aveva disgustato con il suo primo album e leggermente schifato con il secondo. Volete sapere com'è questo disco? Semplicemente: FA-VO-LO-SO! E cazzo, il salto di qualità non è mica indifferente. Innanzitutto parliamo della new entry, Mr. Michele Luppi. Questi è il perfetto anello di congiunzione con l'inespressivo (inespressivo per questo genre di musica e per questa band) Fabio Lione e il labyrinthiano Roberto Tiranti. Poi, ancora, l'album intero si sviluppa attorno ad un concept, registrato in un'unica traccia suddivisa in ben 14 capitoli (un po' come osarono far d'dapprima i magnifici Fates Warning col loro capolavoro "A Pleasent Shade Of Grey").
IL CONCEPT: "Chi siamo? Dove andiamo? Cosa facciamo?". queste sono le domande che ognuno di noi, almeno una volta, si sarà posto nel lungo percorso della vita. E se li pone anche il protagonista del nostro album tanto da urlare a Dio "What is the secret of life? How many times God you Know!". Ala fine, Dio, fa in modo di accontentarli e gli fa apparire un angelo. Ecco che si sviluppa un dialogo tra l'angelo ed il protagonista il quale non fa altro che chiedere spiegazioni al suddetto giovincello alato. L'angelo tenta di spiegargli che la cosa non è così semplice come pare, che le spiegazioni sono molto difficili ed articolate ma lui, il tipo, non se ne vuol sapere affatto. alla fine, l'angioletto belle, gli concede un'ultima chance. Ok, ti svelerò il segreto della vita, della vostra esistenza m sarai costretto a pagare un prezzo, il più alto possibile ed inimmaginabile. L'uomo accetta. "The Fall of Reason", la pazzia è il prezzo. La piena conoscenza per la totale perdita della ragione. Ed è così che l'essere umano vede svelatosi il più grande mistero dell'universo ("Through the eyes of god") ma, ahimè (anzi: ahilui!) arriva dapprima l'illuminazione ("Shade") seguita dalla "The Fall of Reason". Come termina? Suicidio, ovvio. Suicidio non voluto, quello il cervello l'aveva completamente buttato nel cesso e tirato lo scarico, che ce volete fa? E' ovvio che non vi dico come termina sennò l'album non ve lo comprate, mostri maledetti, eh, eh, eh, eh, eh!!!!! Comunque sia, Olaf ben si ferma nel dare una spiegazione filosofico-spirituale sul segreto della vita. Non è così presuntuoso, anche perchè, alla fine, solo il nostro protagonista lo saprà sul serio portandoselo nella tomba, assieme.
L'ALBUM. Musicalmente, finalmente, l'album esce da quel cazzo di power metal tout-court concentrandosi su sfuriate power e, a volte, anche thrasheggianti. Il progressive è molto ricalcato e ben si amalgama col resto della musica della nuova veste dei Vision Divine, mai così ispirata. Opener a parte, le prime cinque tracks sono micidiali. "The Secret of Life" ha un refrain irresistibile, il tutto condito con un Michele Luppi in istato di grazia assoluta che non demorde sino all'apice dell'album, ovvero "La Vita Fugge", laddove Luppi si supera sfoderando una prestazione che, a dir maiuscola, è davvero volerlo sfottere. "Colours of my world", "In The Light" e "The Fallen Feather" è un'altra tripletta d'assalto, piena zeppa di trovate power-prog al limite dll'inumano, che molto devono ai Dream Theater e Fates Warning (specialmente). "Shades", invece, ci delizia con i continui assalti di chitarra e pianoforte, che si alternano e duellano all'infinito, mentre, un feroce riff heavy ci porta al cospetto di "We Are, We Are not", song che molto deve ai padri dell'heavy metal, Manowar fra tutti (strano a dirsi, ma vero!). Il tutto è suggellato da un fulminante assolo di chitarra sparato a velocità ipersonica assieme alla tastiera che non demorde mai. L'album termina con la toccante ed emozionante ballad pianistica " Identities" che pone il sigillo finale ad un'opera maestra, intrisa di emozioni e pathos.
Altro non aggiungerei, poichè, in questo disco, si annovera tutto ciò che io avevo sperato sin dall'inizio, sin dal deludente debut album, passando per "Send Me An Angel", album fin troppo sopravvalutato. Ma, finalmente, qui posso dire "BRAVI!" e non me ne vergogno. Il disco non solo ti fulmina dal primo ascolto ma on annoia nemmeno negli ascolti successivi e ripetuti. Insomma: la nausea è esclusa, ok? Concludo con un "compratelo, pena mazzate a sangue!".
Au revoir, mostri!
VOTO: 9.5

Vi risparmio le domande e i pettegolezzi dei giornalisti, le interviste idiote sui vari motivi che avevano spinto Olaf ad abbandonare la sua band, i Labyrinth, nonché, di un presunto litigio (poi smentito da entrambi) tra Olaf Thorsen e Fabio Lione. Ma non importa.

Ciò che importa è che i Vision Divine avevano dato vita al loro primo vero ed autentico capolavoro.

Ma se Olaf era in piena grazia di Dio, per ciò che concerne la musica, diversamente non poteva e non può dirsi per Michele Luppi, il quale, l’anno successivo, mostrerà doti in ambito A.O.R., pubblicando il suo primo disco solista con il nome “Michele Luppi’s Heaven”, altro best seller dell’hard rock melodico. Cazzo, ragà. Altro che band valvola di sfogo.

Il successo di “Stream of Consciousness fu talmente tanto che, i Vision Divine, intrapresero un grande tour che fu suggellato dal loro primo DVD pubblicato nel 2005 (“Stage of Consciousness”). Anche questo DVD ebbe un ottimo riscontro tra fans e critica, nonché, tra il pubblico tutto del metal.

Siamo nel 2005, formazione invariata e band che non demorde, pubblicando l’ennesimo concept-album, ovvero il grandioso “The Perfect Machine”, disco le cui liriche sono incentrate attorno all’immortalità, se sia giusta o meno e sui possibili risvolti umani e psicologici che questa potrebbe avere, casomai noi poveri e miseri esseri umani, finiremmo per conquistarla.

Anche qui, il riscontro è sempre positivo tanto da spingere l’anno successivo la Scarlet Records a pubblicare una nuova versione in digipack in edizione limitata, consententi delle bonus track e delle cover, tra le quali “The Needle Lies” dei Queensryche” e tre nuove versioni di classici interpretate da Michele Luppi, ossia “New Eden”, “Send Me An Angel” e “Pain”.

THE PERFECT MACHINE (2005) PREMESSA: l'album in questione è un concept-album. Di conseguenza è doveroso stendere un resoconto sulla storia che è alla base dello stesso. Ragion per cui inizierò le cose così. IL CONCEPT: anno 2043, un ingegnoso biologo, Arnaldo Mattei, sorprese il World Medicine Congress mediante una scoperta che avrebbe cambiato per sempre le cose. Dopo aver passato una vita alla ricerca della chiave per decifrare il codice genetico del DNA umano, Arnaldo decifrò il codice citato e, insieme al suo entourage, riuscì a capire la ragione per la quale le cellule umane, ad un certo punto, cessano di riprodursi ed invecchiano fino a morire… Ovvie le conseguenze; Mattei avrebbe potuto ora intervenire direttamente sui geni per curare le malattie, forzare le cellule in modo che continuassero a rigenerarsi ed in modo che si potessero curare, garantendo all’essere umano il dono più ambito: l’immortalità… Ecco creata, insomma, la Macchina Perfetta. L'ALBUM: non credo sia doveroso passare al setaccio ogni singola track. questo, perchè, finirei con lo scrivere una recensione ancor più chilometrica delle mie solite recensioni. Però, è anche vera, una doverosa considerazione. Ovvero, quella secondo la quale, nel power 8e specie nel progressive-power) ci sia solo "monnezza" in quantità industriale. Ed è vero, purtroppo. Ecco perchè, quando ascolti album del genere, non puoi che farlo a testa alta e rimenarne fiero. Fiero perchè è, finalmente, un disco con tutti gli attributi al posto giusto. Fiero, ancora, perchè è un disco italiano al 100%. E, se noi italiani, oltre che alla pizza e agli spaghetti, siamo in grado di dar vita a opere magistrali simili, allora, dobbiamo ritenerci davvero fortunati e camminare a testa alta, senza vergognarci di nessuno (ehi! Non per niente la Coppa del Mondo l'abbiamo portata a casa noi, mica bau-bau, micio-micio....).
Scherzi a parte, la prima cosa che balza agli occhi è la suddivisione dell'opera in 9 tracce, anzichè un'unica track com'era accaduto col precedente 8bellissimo) "Stream of Consciousness (2004)" il quale ci aveva mostrato, oltre che un affermazione pienamente preparata ed un Olaf totalmente maturo stilisticamente e musicalmente parlando, un ottimo "new entry" Michele Luppi che aveva sostituito l'oramai for ever Rhapsody-iano Fabio Lione. Michele mostrò grandi doti tecniche e canore, tali da entusiasmare favorevolmente critica e pubblico. E, qui, si supera assieme a tutta la band. Torniamo al disco. L'opera, nelle sue track, è meno lineare del precedente lavoro, più progressive da questo punto di vista. Ma non per questo meno assimilabile. Olaf si concentra nel costruire songs che abbiano come unico fine riuscire a far trasparire ciò che, effettivamente, egli ha interiormente, la sua sofferenza, il suo dilemma, il suo travaglio. E, minchia, ci riesce.
L'opener è una killer-track, davvero ben riuscita e ci illustra la storia dal principio. Il nostro medico che, avendo scoperto la medicina miracolosa, decide di sperimentarla su suo figlio malato. E ci riesce. La cura viene esposta al mondo intero e Mattei ottiene tutti gli onori e le palme che, a tal genio, van conferite .
Si passa alla successiva "The Ancestors’ Blood" nella quale si analizzano le considerazioni sull'essere, o meno, immortali. E' ovvio che la risposta è scontata: dopo un longo travaglio interiore, la scorciatoia è sempre preferibile alla strada lunga e tortuosa. Ma si, diventiamo immortali. Ma ciò, alla razza umana, costerà caro. Il prezzo sarà quello della chiusura dei cieli ("God is Dead") da parte di Dio ed il rifiuto della razza umana, oramai pienamente conscia di aver raggiunto il suo paradiso (l'immortalità sulla Terra) ed il suo sogno. sostituitisi a Dio farà bene? Lo scopriremo solo durante l'ascolto.
Trascorrono altri 4 mila anni sulla Terra e, il mondo, oramai, ha tutto ciò che desidera. Vita eterna. Bello no? Sembra proprio di no. Eppure Dio ci aveva avvertiti, povere anime in pena di noi stessi. Quali obiettivi porci se, oramai, non abbiamo più alcun limite? Perchè rincorrere l'amore se, oramai, possiamo amare come, quanto e, soprattutto, quando ci pare? Perchè rimpiangere, aquesto punto, l'amore (o gli amori) perduti se possiamo immediatamente consolarci con uno nuovo? Ecco il limite della vita eterna. La vita eterna ha il limite nella sua stessa essenza, in quanto tale.
Limita l'uomo nella sua immensità ed interminabilità, per quanto assurdo questo possa sembrare. Eppure, così assurdo, alla fine, non è. Ed è nella emozionante "Here in 6048" che traspare, oltre al travaglio interiore di Mattei e di suo figlio, quello di Olaf che, in una toccante ballad (le lacrime stentano davvero ad essere trattenute) che si scopre che il 6048 è un mondo vuoto, anche se pieno di immortali.
E' questo il mondo vero, il nostro paradiso, la Terra Promessa? Evidentemente, no. Ed è così che, dopo 4 mila anni, Dio si manifestò ancora agli uomini ("ve l'avevo detto, io.....") e spiegò il fatale errore umano che era (ed è) alla costante ricerca dell’eterna giovinezza: impossibile trovarla se non con le emozioni.
E siamo alla fine ("Now that You’ve Gone"): la razza umana, oramai, ha pienamente capito il suo errore. Essere schiava di se stessa e dei suoi sogni pazzoidi. E, per finire, si ritorna alle origini, con il concepimento di un bambino, una nuova anima innocente in questo mondo pieno ma vuoto esistenzialmente. Siamo all'alba di una nuova era....
Musicalmente il disco è ineccepibile. Si alternano momenti tipicamente power (la title track iniziale) a momenti più progressive ("Here in 6048") reminescenti di Dream Theater-iana memoria. Inutile analizzare al microscopio le singole track, perchè sono sempre sopra le righe e sono capaci di trasportare l'ascoltatore lungo il loro cammino nel concept. L'apice, comunque, si tocca nella tripletta finale e, in particolare, in "The River" e "Now That You’ve Gone" laddove il nostro buon Michele Luppi si supera sfoderando una prestazione vocale al di la di ogni ragionevole dote umana, riuscendo d essere versatile all'inverosimile, oramai pienamente conscio delle sue doti canori, modulando alla perfezione le sue corde vocali. Che altro? Devo dirvi che Olaf è un chitarrista che non ha bisogno nè di presentazioni nè di commenti alcuni? Che riesce a trasmettere un gfeeling tutto particolare, grazie alle sue composizioni sovraumane (ed inumane), ora tendenti al power tout-court, ora al progressive, ora a sfuriate thrash (addirittura? Si, addirittura!).
Well, se avete ancora dubbi, vale la mia regola: la copertina. Splendida. La copertina m'è sempre stata una garanzia ("Ride The Lightning" docet). Com'era meravigliosa anche quella del precedente concept-album della Visione Divina. Compratelo.
VOTO: 9.0

Che altro dire? Che la band merita questo ed altro? Che è una colonna portante, accanto ai Labyrinth, del metal power-progressive e che farebbero, assieme, le scarpe a moltissime band a livello internazionale? Si, lo dico.

Se cliccate sul seguente link, http://it.wikipedia.org/wiki/Michele_Luppi troverete un interessante biografia sul cantante Michele Luppi. È molto interessante e mostra le innumerevoli facce di questo cantante che io definirei uno tra i più bravi del mondo.

Segue, la recensione del suo lavoro personale, Strive.

MICHELE LUPPI’S HEAVEN – STRIVE (2005) In Italia avevamo un vero genio dell’AOR e non lo sapevamo. E, inoltre, avevamo l’unica persona che si degna di usare il suo side-project veramente come una pura valvola di sfogo, senza ripetere e clonare il sound della sua band madre. Michele Luppi, ormai lo conoscete tutti (come no!?!?!? Il singer dei Vision Divine!!!!), ha ben pensato di prendersi un attimo di pausa per dare alla luce questo suo progetto solista con il suo nome, “Michele Luppi’s Heaven” appunto. L’album suona dannatamente AOR ed affascinerà tutti coloro che impazziscono per le sonorità melodiche e diabetiche. L’indice glicemico vi salirà alle stelle, rendendovi disgustosamente diabetici. Si, perché le canzoni (a parte, forse, l’opener “Trust” leggermente dai toni più hard rock) sono quasi tutte ballate, soft e melodiche, strizzanti, a volte, l’occhio al pop. Non il pop merdoso, ma il pop più metallaro, quello alla Bon Jovi vecchia maniera e nuovi Dare (“Beneath of Shining Water”). Insomma, già dalla successiva “If You Walk Away” si capisce già che direzione prenderà il disco, diventando sempre più soft e lento, mieloso e sdolcinato più dello stesso miele d’acacia. E, secondo me, questo è il vero punto debole del disco. Il fatto che, alla fine, le canzoni tendono ad assomigliarsi tutte, pur rimanendo ottimi esempi di AOR songs. E, inoltre, la cosa dannatamente bella sono gli assoli di chitarra, molo estrosi e costruiti su scale neoclassiche, reminescenti di Dream Theater-iana memoria. Insomma, in definitiva, un bell’album ma non epocale che, per i maniaci dell’AOR più melodico andrà alla grande, mentre, agli altri, consiglio di gettarsi sulla discografia più metallara di Michele, un signor singer come pochi ce ne sono in giro.
VOTO: 6.5



POSTFAZIONE DI PAOLO GRUNJA B: il 4 giugno uscirà l'ultimo lavoro dei Vision Divine, The 25th Hour... mi raccomando!!!




torna su
homepage