BioDiscografia curata da Paolo Grunja B, con la collaborazione di Antonio Anatas (The Jester Race, Clayman, Colony, Reroute to Remain, Soundtrack to Your Escape) e di Andrea Thy Destroyer (Come Clarity). Informazioni biografiche prese dalla Wikipedia


IN FLAMES


Molto probabilmente, se dicessi al primo metallaro che trovo per strada la parola Death Metal Melodico, questi mi risponderebbe In Flames.

Con la bio degli In Flames termina la trilogia dei pilastri del Gothenburg Sound: grazie a loro, ai Dark Tranquillity e agli At the Gates è nato il Death Melodico, il genere metal più contraddittorio, eppure, sotto certi aspetti il più affascinante.

Gli in Flames nascono dalle ceneri dei Ceremonial Oath (recensiti su U'Chiumm). Tre membri di questa band, Jesper Strömblad (chitarra, un tuttofare in realtà), Johann Larsson (basso) e Glenn Ljungström (chitarra), decidono di portare avanti un nuovo progetto, chiedendo aiuto a Michael Stanne dei Dark Tranquillity, affinchè gli aiutasse come cantante.

Il risultato sarà il formidabile debut album, Lunar Strain (a mio parere, l'album più bello della loro discografia, anche se molti mi linceranno per avere una bassa considerazione di The Jester Race), pubblicato dalla Wrong Again records.

LUNAR STRAIN (1994) Credo di Domenica, parlai ad Anatas della mia simpatia verso il melodic death metal e della scoperta dei Dark Tranquillity, il signore del male rispose: ascolta i primi In Flames, ti faranno Arrapare. Non sono arrapato, ma deliziato dal suono che gli Svedesi proposero come esordio nel Gothenburg Sound. Fantastico. Una vera perla. Come per la band di Stanne, sono presenti elementi come le Voci Femminili, melodie classiche e alone di depressione nel sound. Sebbene siano meni schizofrenici, le loro sonorità regalano emozioni. Che bellezza. Quanta magnificenza. Come non sorridere dinanzi alla superba grazia di Behind Space, della title track, delle strumentali Dreamscape e Hargalaten? Silenzio, quindi, e aprite la mente pensando alla band mentre suona. Vogliamo parlare della coppia Everlost I e II? La prima tristissima, mentre la seconda poetica con quella graziosa voce femminile? Per piacere. indovinate che voto gli diamo? Due, ma in binario. VOTO: 10

Michael Stanne sarà sostituito da Anders Friden, cantante dei Dark Tranquillity nell'album Skydancer. Tuttavia, per la pubblicazione dell'Ep Subterranean, che li renderà celebri oltre la Svezia, sarà necessario l'aiuto del cantante Henke Forss, e del batterista Daniel Elrandsson (ora negli Arch Enemy, fratello di Adrian, batterista degli At The Gates).

SUBTERRANEAN EP (1994) Gli In flames mi piacciono sempre di più. Sarà vera la profezia di Anatas, che afferma che la band svedese ha preso la stessa strada dei Soilwork, rinnegando il Gothenburg sound, che a me piace tanto? Spero con tutto il cuore, e tutto il cuore, che è il nick di un mio amico, spera con me, che la notizia sia falsa. Perchè gli In flames, con questo EP, sviluppano un suono simile a quello di Lunar Strain, seppure così differente. Una forte componente folk permane, e al sottoscritto il Folk piace da matti. Bellissimo lavoro. Gothenburg sound a modo loro, con lo stile loro, unico. Bello Bello Bello Bello Bello Bello Bello Bello Bello Bello Bello Bello Bello Bello, capite adesso? L'unico difetto è che è solo un EP, immaginate se, mantenendo la stessa qualità, avessero sviluppato un album intero, cosa sarebbe successo? Un miracolo, un pilastro del melodeath? Forse. Stand Ablaze, Everdying, la title track, timeless e Biosphere (forse non bella come le altre, ma di livello comunque altissimo) vi sapranno regalare emozioni uniche. Nelle fiamme brucieremo, insieme, come unica entità nel mondo di solitudine che ci circonda. Da avere, da sentire e risentire. VOTO: 9.5

Con il successo di Subterranean, la band ottiene un contratto discografico dalla Nuclear Blast.

Per la pubblicazione dell'album successivo, con la band collaborerà il tastierista Fredrik Nordström, musicista molto attivo nel movimento musicale estremo svedese, nonchè fondatore dei Dream Evil. Alla batteria, inoltre, subentrerà l'ottimo Björn Gelotte.

The Jester Race sarà l'album per cui gli In Flames acquisiranno fama a livello mondiale. Secondo la quasi totalità dei Fans, è il migliore album della band. Io, da brava pecora nera, rimpiango ancora i fasti di Lunar Strain. Per questo, l'importante album in questione sarà analizzato sia da me, che da Anatas.

THE JESTER RACE (1996) Recensione di Paolo Grunja B Anatas, nella sua immensa collezione di album (a questo punto mi chiedo, come sarà la stanzetta di Anatas? vi ricordate la puntata dei Simpson in cui Bart aiuta la Mafia nel contrabbando di sigarette e la sua stanza è piena di stecche all'inverosimile? Forse per Anatas basta sostituire la parola stecche con la parola CD's, non che anatas si arrotondi la paghetta col contrabbando, sia chiaro!!), dove eravamo? Ah, si, dicevo, Ananas mi ha prestato the Jester race notando la mia passione per il Gothenburg Sound. Certo, è strana la dinamica del fenomeno. Tutte le bands si distaccano dal sound originale, per darsi alla pazza gioia con nuovi esperimenti. In the jester Race si lascia il sound brusco e la schizofrenia, per passare a qualcosa più adatta a una massa di persone, a un segmento di mercato più ampio. Non mi meraviglia che con quest'album la band abbia avuto il passepartout per il successo. E' come fare due tipi di quadri. Una natura morta piace a tutti. Una Guernica può piacere solo agli appassionati di Picasso. Scusate l'esempio cazzone, comunque, il sound della band scende a un livello più soddisfacente per un mercato sonoro più ampio, lasciando un pò di amaro in bocca ai pochi soddisfatti di Lunar Strain. Rimane sempre un ottimissimo lavoro, ma a mio parere, non arriva al precedente. Sono tutte canzoni buone, non superbe, ma degne di più ascolti. Moonshield, The jester's Dance, la title track, December flower, Wayfaerer sono belle canzoni che sanno regalare emozioni dolorose. Una nota di demerito va fatta a Dead god in me, il pianto del neonato e il successivo urlo femminile potevano pure evitarli. Cattivo gusto e basta. Tenendo conto di questo, in quanto la trasmissione di emozioni non deve mai sfociare nel sadico, il voto finale, a un lavoro buono, ma figlio di politiche di vendita quantitative della Nuclear Blast, è il seguente. VOTO: 7.5

Recensione di Antonio Anatas Dopo un esordio coi fiocchi, gli In Flames hanno, come grosso debito nei confronti dei loro fans, di non deluderli e di proporre un album almeno pari al magnifico "Lunar Strain".
Purtroppo, molti di loro, rimarranno delusi per una serie di ragioni. La prima è quella che vede l'allontanamento dalla formazione del cantante originario per essere sostituito col novello ex Dark Tranquillity Anders Friden, il quale, avendo una diversa impostazione vocale, adotterà un cantato tipicamente death. La seconda ragione risiede nel fatto che il black metal degli esordi viene completamente abbandonato per lasciar spazio ad un death metal molto melodico e chiaramente devoto agli insegnamenti dei Dark Tranquillity. Infine, cosa che spaccherà il mondo dei fans in due (oltranzisti e meno detrattori) è la decisione di approdare sotto l'ala protettrice della Nuclear Balst. Cosa centra la Nuclear Blast? Beh, forse niente ma se si pensa che la produzione risulta essere già molto migliorata rispetto al precedente disco e che il songwriting puzza molto di commerciale (ascoltate "Wayfaerer" e vi sembrerà di star a sentire gli Iron Maiden. Comunque la song rimane bellissima!). Tuttavia, nonostante queste premesse, il risultato è più che eccezionale. L'album bisserà le classifiche diventando uno dei tra i preferiti (se non IL) nel mondo dei fans della band. L'apripista "Moonshield" mostra già le carte dei nuovi In Flames che, pur mantenendo ancora il logo black, sterzano per un death molto melodico e lento, intriso di fraseggi e momenti strumentali dolcissimi ed accompagnati dalla malvagia voce di Anders. La successiva "The Jester's Dance" è un ottimo esempio di folk tanto caro alla band. Bellissima e struggente. Pochi minuti di sana goduria musicale. Sono dei geni e dei maestri. L'album scorre che è un piacere e non annoia mai, alternando momenti più meditati (come la magnifica title track) ad autentiche sfuriate in ipervelocità e doppia cassa ("Graveland" e la monumentale "December Flower"). Il gusto per il folk non emerge solo nella strumentale ma è scandito in quasi tutte le tracce del disco, nei breack e nei riff. Il che rende l’assimilazione dell'album ancora più facile ed immediata. Cappero volete di più dalla vita? Un cd in edizione limitata con un Lucano in omaggio? Io, personalmente, lo ritengo il migliore lavoro della band se non fosse per l'ultima track "Dead God in Me" che sfocia nel cattivo gusto, facendoci udire le strilla di una donna ed il pianto di un bambino. Stronzata che, comunque, non costerà la promozione.
VOTO: 9.5

Dopo il successone, la band propone uno strano album, Whoracle. I testi, molto complessi da comprendere, sono scritti da Niklas Sundin, chitarrista dei Dark Tranquillity, sulla base del concept di Anders (anche The Jester Race è un concept album).

WHORACLE (1997) E' inutile, sono capetoste questi svedesi, hanno dato il NO definitivo al gothenburg sound, non c'è niente che li convinca che era meglio il sound del primo lavoro!! Sò tosti, basta!! La band ripropone lo stesso sound del precedente The Jester Race, cambiando, in termini di qualità, veramente pochissimo. La votazione finale ne risentirà. Avete capito bene... non si torna più indietro. Altro successone, altro colpo per i tradizionalisti come me. In fin dei conti, il lavoro non è male, ma sta diventando sempre più lineare, sempre meno melodico, sempre più Metalcore, bah, saranno solo supposizioni di un povero pazzo come me, tuttavia la qualità è buona. La migliore? forse Food for the gods, che ricorda gli esordi, ma siamo sempre lontani da capolavori come Everlost e Behind space, Gyroscope è un'altra canzone ottima, forse troppo lineare, poco aggressiva, altre perline? Jester script transfigured e dialogue with the stars, non male. Comunque gli In flames più originali non sono qui. Se volete un'album sulla stessa linea e struttura di The Jester Race, comprate Whoracle. VOTO: 7

Dopo Whoracle ci sarà l'ennesimo cambio di Line Up, in quanto Johann Larsson e Glenn Ljungström non riusciranno più a portare avanti un impegno musicale sempre più importante. Saranno sostituiti dal bassista Peter Iwers e dal chitarrista Niklas Engelin. Quest'ultimo, tuttavia, lascia la band per divergenze musicali.

Sarà il batterista Björn Gelotte (!!!) a sostituire Niklas alle chitarre. Mentre dietro le pelli suonerà Daniel Svensson, dei Sacrilege GBG. Questa sarà la Line Up definitiva.

Anche per Colony, faremo la doppia recensione, essendo un album molto particolare.

COLONY (1999) Recensione di Paolo Grunja B Sarò sincero con voi. Quando ascoltai The Jester Race ero ancora rimasto così affascinato dal fascino Underground del Gothenburg Sound e dal magnifico sound di Lunar Strain che, invece di assorbire la diversità sonora del secondo album, la rifiutai. Così come rifiutai lo stile di Whoracle. Adesso, a distanza di mesi (e forse posso dire pure anni) da quegli ascolti decido di procurarmi Colony, rimanendo comunque soddisfatto dalla proposta sonora degli In Flames. Non aspettatevi le mille sorprese e la complessità di Lunar Strain, ma una solidità e un carisma che, sinceramente, pensavo che gli In Flames non riuscissero più a darmi. Parte veramente bene con la superba Enbody the Invisibile, per poi proseguire con pezzi che tentano la sperimentazione offerta dalla voce pulita di Friden, dall'uso più ricorrente dell'elettronica e dalle strutture che cominciano ad anticipare il movimento Metalcore, ma che comunque mantengono un aggressività notevole, ed una saturazione sonora che rende l'album veramente gradevole. Segnalerei, quindi, la Powereggiante Scorn, la ricca Zombie Inc., l'aggressiva Resin e la conclusiva The New World. A conferma del valore che gli In Flames riconoscono al mitico primo album, c'è anche una nuova versione di Behind Space. Certo, non è proprio quest'album superbo, ma piace. VOTO: 8

Recensione di Antonio Anatas Uscito nel 1999, un anno dopo il pluricriticato "Whoracle", "Colony" non fa altro che ripercorrere il sound del suo predecessore, ricalcandolo e mettendone in risalto tutte le componenti classicamente devote alla NWOBHM. Non per niente, gli In Flames, furono battezzati come gli Iron Maiden del death. E, per contro, chi si aspettava un ritorno alle origini o, comunque, un semi rinsavimento della band, rimarrà moooolto deluso. Questo perchè "Colony", seppur molto heavy nel sound, è, allo stesso tempo, dannatamente melodico e ruffiano. Oserei dire "commerciale", per quanto, ovviamente, possa essere commerciale un album di death melodico. Ovviamente i riscontri da parte del pubblico non furono dei migliori. Mi ricordo che, all'epoca, molti si scagliarono contro la band e contro la Nuclear Blast, rea di aver offuscato le menti dei musicisti. In verità, l'album è veramente bello e variegato. Le prime due tracks sono micidiali ("Embody the invisibile" e specialmente "Ordinary Story"), le quali mettono immediatamente in chiaro gli intenti della band: addio Gothembourg sound per un ben più diretto death infarcito da sonorità NWOBHM. "Ordinary Story", poi, nel suo breack, incanta l'ascoltatore col pianoforte che sembra danzare all'interno dell'inferno. "Scorn" stupisce per la sua velocità e per il suo stupendo assolo di chitarra. Assolo magnifico che ritorna nella conclusiva "The New World", anch'essa maledettamente veloce. "Colony" è introdotta da un arpeggio di chitarra al quale segue un furioso riff. altro brano convincente. E, finalmente, eccoci arrivati alla chicca del disco: la stupenda strumentale "Pallar anders visa", unica song a riportarci indietro nel tempo, ai tempi del folk e delle chitarre spagnoleggianti. Divina. Subito segue un'altra pietra miliare del disco, ossia "Coerced coexistence", la quale trova il suo punto di forza nel refrain aggressivo, corale e melodico, nonchè ruffiano. La song, inoltre, è sostenuta da un gran bel riff molto heavy e, a questo punto, mi domando come sarebbe potuta essere la stessa canzone se fosse stata eseguita dagli Iron Maiden e cantata da Bruce Disckinson. Forse un piccolo gioiello dell'heavy metal, chissà! "Resin" è forse l'unico episodio più death dell'album mentre "Behind Space '99" è un inutile rifacimento di "Behind Space" ("Lunar Strain"). In definitiva, questo "Colony" non potrà che soddisfare i palati più heavy-death, nonchè tutti coloro che, oramai, hanno capito che gli In FLames hanno deciso di non riprodurre più album fotocopia (anche perchè, ciò, non avrebbe senso!). Dite, quindi, addio al sound dei Dark Tranquillitiy e degli At The Gates, scordatevelo proprio. Quelle sonorità, ormai, sono morte e sepolte da tempo, già dal buon "The Jester Race". Indi per cui, se soffrite di paraocchite acuta, allora, potete anche evitare di gettarvi su "Colony", tanto, l'avete capito, la strada intrapresa dalla band è ormai definita e chiara. Se, al contrario, appartenete alla categoria degli open mind, allora, "Colony" merita un posto nella vostra discografia.
VOTO: 8.5

Dopo Colony, i Fan cominceranno a farsi delle domande sull'identità degli In Flames. Ma il loro Death Metal Melodico in cosa consiste??? Ulteriori perplessità susciterà Clayman, sebbene Antonio Anatas sembra collocarlo fra i migliori album della band.

CLAYMAN (2000) C'è chi dice che questo disco abbia portato cattiva fama agli In Flames per la loro, cosiddetta, svolta commerciale. Infatti, il platter in questione, è l'anello di congiunzione tra il precedente "Colony" ed il successivo "Reroute to Remain" il quale, altro non farà, che aumentare l'astio e le critiche nei confronti della band di Gotemburgo. E' vero.
Il Death melodico ed incantevole di "The Jester Race" è morto così com'è, morto e sepolto, è il black-death folkeggiante del loro primo disco. E, si sa: quando si nomina "In Flames" vengono in mente al più i primi tre album, concedendo un certo beneficio di inventario per "Colony" ma bestemmiando a morte questo "Clayman", dalla copertina davvero bella (l'uomo di Leonardo, stante a rappresentare le innumerevoli sfaccettature dell'animo umano). Ecco, questi sono i nuovi In Flames. una band che ama mettere in risalto le sue diverse sfumature, che matura e che non deve dimostrare niente a nessuno. Poi, checchè si dica, il mondo sarà sempre diviso in due schiere di personaggi: i fans più conservatori e quelli più "adattativi" e senza paraocchi. Io, personalmente, appartengo a quest'ultima categoria. Inserendo il disco, è impossibile on rimanere pervasi dalla carica e dalle fucilate metale delle prime tre tracks "che sono, rispettivamente, "Bullet Ride" dal refrain cantato in growl e dalle strofe, viceversa, con voce pulita e "lugubre", "Pinball Map" dal refrain veramente accattivante (la micidiale "Only for the Weak"). Tre splendide tracks. Le altre, non sono da meno essendo delle autenitche cavalcate di thrash-death melodico. Un intro folkeggiante ci prepara alla distruttiva "Square Nothing" mentre "Clayman" è furia autentica. L'album procede così, andando sempre perdendo il sound tipico che aveva caratterizzato i primi In Flames per concedersi il lusso di esplorare lidi aidacenti a sonorità più thrash che death, rimanendo, comuqnue, sempre energico, violento, catastrofico e, alo stesso tempo, dannatametne melodico ed acacttivante. Chiude in bellezza "Another Day in Quicksand" e la bonus track "World Of Promises Bullet Ride" dal refrain molto power ma che resterà una cavalcata terremotante come poche songs possono esserlo. L'album è bellissimo. Peccato che solo il tempo gli renderà giustizia.
VOTO: 9.0

THE TOKYO SHOWDOWN (2001) Grossa delusione. E questa volta, non venitemi a dire che queste scelte sono giustificate dal nuovo corso degli In Flames, dal loro nuovo sound, ecc. ecc. perchè pubblicare un live album, essendo una manovra puramente commerciale e non artistica come alcuni credono, è un azione che va pianificata bene. Peccato che questo "the Tokyo Showdown" sia viziato da due grandi difetti: il primo è, sicuramente, la tracklist. I pezzi che la compongono appartengono a Whoracle, Colony e Clayman, con un solo pezzo di The Jester Race (Moonshield), album che ha rappresentato tanto per gli In Flames, e che dovrebbero omaggiare più spesso in sede live. Formalmente, viene citato anche Behind Space, track di Lunar Strain, ma è la versione presente in Colony, di fine millennio, diciamo. Male, molto male. E sapete perchè? Perchè è sbagliato, secondo il mio stupido parere, pubblicare un Live Album (che molto spesso assume la veste di Best Of, e che quindi dovrebbe essere almeno rappresentativo del percorso sono della band) e strutturarlo con tracks di album che comunque hanno lasciato un pò di amaro in bocca, con canzoni che sono comunque oggettivamente ree di aver diviso in due i fan e la critica. L'altro errore è la registrazione pietosa. Alcuni dicono che è un live registrato in uno studio. Io rispondo: magari! Almeno non farebbe così cagare. Manca proprio il casino del pubblico che ti fa provare il brivido di chiudere gli occhi e di immaginarti a Tokyo. C'è poi da aggiungere che nel periodo in cui fu registrato quest'album gli In Flames erano in tour con i Children of Bodom: anche i Cob registrarono un live album (tokyo warhearts), mentre quest'ultimo è favoloso però, questo fa cagare. Come mai? Perchè? A mio parere, un live album da evitare, che comunque non rende giustizia alla carriera della band, nel bene o nel male. VOTO: 5.5

Curiosità: in Scorn, gli In Flames inseriscono il riff di Raining Blood degli Slayer.

REROUTE TO REMAIN (2002) Recensione di Paolo Grunja B Ed accettiamo questo, ed accettiamo quello, e tolleriamo questo, e tolleriamo quest'altro, ma stavolta, ragazzo, Paolo Grunja non tollera più queste sonorità vuote. Tutti avevano dubbi sull'identità musicale degli In Flames, ma questa volta non si può ingoiare una cagata simile. Come posso giustificare che sulla copertina di quest'album c'è il monicker In Flames???? Cosa c'è che non va? ve lo dico subito: innanzi tutto, non siamo quasi più nel campo del Death Melodico, ma attraversiamo il Metalcore, genere che lascia la bocca asciutta a parecchi metallari. Anders Friden decide bene di alternare al suo Growl profondo la sua voce pulita da ubriaco/stonato/fattodicanne, ricordando un nordico esempio di Marilyn Manson. L'elettronica è abbondante, ma non basta a saturare un album dai numerosi vuoti, sia voluti dalla band, come i passaggi voce/batteria/tastiere, tipici del Nu Metal o del Metalcore, emozionanti dal vivo ma intollerabili in un album; sia strutturali, come la mancanza di furia nella batteria, in cui raramente assistiamo alle sfuriate Thrash che tanto amiamo. Cosa possiamo salvare? Sicuramente Trigger, canzone che la band di Friden esegue anche dal vivo. Tutte le altre tracks, tranne rarissimi momenti in cui mi hanno degnato di un buon riff melodico à la vecchia maniera (o di una sfuriata senza interruzioni come cristo comanda), mi hanno lasciato indifferente, obbligandomi a desiderare che quest'album finisse il più presto possibile. VOTO: 4.5

Recensione di Antonio Anatas Impresa assai ardua fu recensire questo disco degli In Flames. Azzolina, azzarola, azarolettina! (Ned Flanders docet). Se eravate rimasti delusi dalle sperimentazioni di "Colony" risultate estremizzate in "Clayman", allora, rimarrete inorriditi in quelle di "Reroute to Remain", album che, non solo è impregnato della anzidette soluzioni "alternative" ma, addirittura, abbandona definitivamente il Gothembourg sound per dedicarsi pienamente (udite, udite...) al thrash-death svedese alla Soilwork! Ya! Avete Kapito, kakkiertoffen! Per la serie: "strofa-voce growl; ritornello-voce pulita". Inoltre, tanto per inorridirvi ancora un po', i refrain sono talmente ruffiani (epopeico quello della title track) che sembra, davvero, di essere al cospetto di un'altra band! Allora l'album è davvero una merda? No. A me piace. E piace pure parecchio. Tanto per cominciare, la produzione: perfetta. Pulita e laccata. Forse troppo, ma chissenefrega, in fondo. Poi, il singer, in questa sua nuova veste, sembra davvero trovarsi a suo agio. E, il resto della band, non si risparmia. Il batterista pesta in corpo il suo strumento, mentre, i chitarristi, violentano a sangue la loro ascia. Inutile stare a menzionare tutte le song, anche perchè non avrebbe alcun senso. Cito, tanto per dirne alcune, il primo singolo estratto dall'album "Trigger", song ben costruita e ottimamente interpretata dai musicisti tutti, la già citata title track (davvero coinvolgente) e, per la prima volta nella loro storia, la semi-ballad "Dawn of a New Day". non mancano episodi più ispirati ai vecchi lidi death della band, come la successiva "Egonomic" che, però, al solito esplode nel classico ritornello con le clean vocals. Insomma, l'album segue, pressappoco, questa linea. L'unico vero punto debole è quello che, essendo le canzoni costruite tutte con la medesima struttura, finiscono con l'annoiare l'ascoltatore.
in effetti, sarebbe stato più semplice ed intuitivo inserirne alcune sperimentali mischiandole ad altre della vecchia scuola. La ballata non disgusta, anzi, spezza i toni violenti che pervadono il disco ed è davvero godibile nell'alternanza tra chitarre acustiche e chitarre elettriche, laddove si odono duetti growl-clean. Bella davvero. Forse l'esperimento meglio riuscito del disco.
In definitiva, non mi sento di condannare le scelte degli in Flames, ammesso che questa sia la nuova rotta intrapresa dalla band e non uno "sbandamento"momentaneo. Sbandamento puramente commerciale, al fine di incrementare le vendite dei dischi della band. Se così fosse, allora, il vaffanculo ci starebbe tutto ma, purtroppo, essendo per ora l'unico vero disco totalmente diverso dai precedenti, un giudizio così "sgarbato" sarebbe davvero avventato. La promozione gliela do tutta, attendendo buone nuove per il futuro. Una volta profetizzati: "Gli In Flames mi sembrano sempre più i nuovi Soilwork". Che ci abbia davvero azzeccato? meditate, posteri, meditate.....
VOTO. 8.0

Dopo Reroute to Remain, ad un cambiamento di stile musicale segue anche un cambiamento di Look di Friden: si fa crescere la barba e acconcia i lunghi capelli con simpatici Dreadlocks. Insomma, un Look più ribelle, puzzolente, comunista, alla Rage Against the Machine.

SOUNDTRACK TO YOUR ESCAPE (2004) Allora, prima di recensire questo disco, sarebbe meglio mettere in chiaro alcune cosette.
Tanto per iniziare, se qualcuno sperava in un abbandono delle sonorità che avevano caratterizzato il recedente "Reroute To Remain", beh, allora può tranquillamente finire di leggere la recensione passare ad altro. Infatti, il suddetto sound, qui, è stato non solo abbandonato in pieno ma, addirittura, si estremizzano le sonorità e le soluzioni alternativa (elettronica e nu-metal in primis) che avevano caratterizzato il buon "Reroute...". In secono luogo, vorrei avvisare i difensori del Gotembourg sound che questo disco costituisce un'autentica prova di forza della band, oramai sempre più convinta nella sperimentazione e dedita a quest'ultima. Questa recensione è destinata ai soli "non paraocchisti" che non si limitano a volere un album che sia la fotocopia del precedente. Eppoi, cari miei, vogliamo fare i medici ma ci dimentichiamo di fare anche gli ammalati. Come? Non capite? mi spiegherò meglio. Se una band fa come i Deicide che ripete all'infinito la stessa formula, sia nelle liriche sia nel sound , allora, rompe i coglioni perchè non sa rinnovarsi o, meglio, perchè ha paura di volerlo fare per non deludere i fans o (soprattutto) per non perderli. Invece, se una band decide di dare una svolta stilistica, o per gioco, o per provare o perchè dotata di un paio di palle così sotto, è da ritenersi traditrice della specie metallica e, per questo, denigrata da tutti. Mi spiace ma, sia nell'uno, sia nell'altro caso, abbiamo a che fare con una schiera di adepti coglionazzi autentici. Chi non vede al di la del proprio naso (o perchè ha un anso che farebbe invidia a quello di Pippo Franco oppure perchè è un autentico idiota) non merita di giudicare nè, tanto meno, di criticare un bel cazzo di niente. L'ascolto di questo disco è stato davvero difficile. Per una serie di ragioni. La prima è quella che io ho amato alla follia album come "The Jester Race" (consigliandone l'ascolto anche al boss Paolo Grunja), così come "Whoracle". E, al tempo stesso, non ho mai disdegnato dischi del calibro di "Clayman" o "Colony". Perchè ritenevo che quelli erano gli In Flames in quel momento. In quel dato momento della loro carriera. Gli album, se non fanno schifo, non meritano die ssree etichettati e declassati. Idem dicasi per il gruppo. Fatta questa piccola ma doverosa, al contempo, premessa, possiamo passare alla recensione del disco.
Il discorso intrapreso nel precedente "Reroute to Remain" viene, come anzidetto, estremizzato e le sonorità elettroniche e nu-metal vengono poste in risalto. Le prime in quasi tutte le tracks del disco; le seconde, invece, in specifiche tracce audio. Inoltre, la violenza non è mai stata dimenticata o messa da parte. Segno che la band non ha venduto l'anima a nessuno o ad alcunchè. Quindi la cattiveria si sente e l'album spacca. Il singolo "The Quiet Place" è, forse, l'unica track del lotto a voler ancora ricalcare le soluzioni di "Clayman", tanto per non demoralizzare i vecchi fans. Mentre il death ritorna a farsi sentire nella successiva e devastante "Dead Alone". Soluzioni più melodiche e lineari (insomma: la ballad del disco, davvero bella) sono presenti nella bella "Evil In A Closet" mentre la batteria assume sempre un sound più vicino al nu-metal in "Like You Better Dead", dal refrain molto commerciale. "Superhero Of The Computer Rage" è una sfuriata metallara mentre "Borders And Shading" è un chiaro tributo a sonorità nu-metal.
Allora, come comportarsi? Mandare affanculo la band? Solo perchè non fa più death melodico? Solo perchè ha abbandonato (momentaneamente o per sempre, chissà) il sound folkeggiante degli esordi? Solo perchè, ultimamente, è dedita sempre più ad un thrash-death melodico, alla Soilwork? Allora, uccidiamola pure e spariamo cazzate a zero, a raffica e a volontà? Purtroppo, io, sono allergico alle cazzate e non posso nè ascoltarle nè, tanto meno, scriverne. Il mio ruolo, all'interno di "U' Chiumm" è sempre stato molto ambiguo e strano. Mi ritroverete sempre a recensire album strani, controversi, incomprensibili e misconosciuti, l'uno diverso dall'altro. Con ciò non voglio inserirmi al centro della webzine o della vostra attenzione. Il fatto è che, fosse per me, qui recensirei pure "Il Flauto Magico" di Wolfgang Amadeus Mozart ma, per ovvie ragioni, non posso farlo. Quindi, un disco che rimane comunque di fattura buona ma che non ricalca gi stilemi dei precedenti lavori, è pur sempre un buon disco, a prescindere da chi l'abbia fatto. E non mi riferisco alle ameneità di Load", "Reload" o "St. Anger", tanto per intenderci. Quelli sono autentici aborti della natura. Quando, invece, si parla di musica, di buona musica, si devono levare i paraocchi e saper decidere. Si devono dismettere i panni del fan oltranzista e saper valutare obiettivamente. Credo, comunque, di essermi spiegato a sufficienza, ragion per cui mi congedo come uso fare di solito.
Au revoir, mostri!
VOTO: 8.0

Nel 2005 viene pubblicato un cofanetto Dvd della band: Used and Abused: In Live We Trust.

Nel 2006 esce il nuovo album, che rappresenterà, per la band, il maggiore successo commerciale. La parola ad Andrea Thy Destroyer.

COME CLARITY (2006) Ultimo lavoro della band di Gotenburg, ormai celebre per quanto ha contribuito alla (ri)nascita e all’evoluzione della scena death svedese. Di tornare alle origini non se ne vuole sapere, quindi aspettatevi qualche novità da questo album: innanzitutto un uso estremamente largo di registro pulito da parte di Friden (voce) e poi una produzione quanto mai cristallina e potente, cosa di cui difettavano i due precedenti lavori “Soundtrack to your escare” e “Reroute to remain”. Per quanto riguarda le composizioni ci troviamo di fronte ad alcuni pezzi tipici dei nostri, anche se con qualche eccezione: in “Dead end” fa capolino una voce femminile mentre, per la prima volta, gli svedesotti affrontano una semi-ballad, la title-track, uscendone molto dignitosamente. Insomma, vena compositiva quasi inesauribile e decisamente geniale, tanto da regalarci (anche se con qualche passo falso sparso qua e la) un album all’anno. Consigliato a chi segue la band dalla sferzata di sound di Clayman in poi.
VOTO: 8

Si vociferava che la mancata presenza di Jesper Strömblad in alcuni cocnerti dell'Unholy Alliance fosse un segno di un eventuale scioglimento della band. Fortunatamente, è una notizia falsa.

La carriera degli In Flames, al momento, termina qui. La loro fama, di gran lunga superiore rispetto ai colleghi Dark Tranquillity e At the Gates, sarà premiata in due grandi occasioni: nel 2006 vincono il premio per "l'esportazione della musica svedese" alla versione Svedese dei Grammy Awards. Saranno la prima band metal a vincere questo premio. Il ministro per l'economia, Thomas Östros, affermerà che grazie agli In Flames, la Svezia ora può vantare una band metal di fama mondiale assoluta.

Nel 2007 riceveranno anche il premio come miglior esibizione Hard Rock/Heavy metal, nello stesso concorso.

Complimenti, allora, ad una delle bands più importanti del mondo.




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